venerdì 7 gennaio 2011

07.01.2011

Giornata di lavoro tipica dei volontari, Santa Messa alle 6.00 con presenza record di volontari, il venerdi` e` giornata d'inizio dell'attivita`per i nuovi gruppi che arrivano a Calcutta. Oggi hanno invaso la cappella un gruppo numeroso preveniente dall'Australia.
Dopo la Messa colazione tutti assieme in albergo per salutare Don Paolo in partenza per Ranchi nello Stato Jharkhand per andare a trovare don Rachi Kerketta, che e` stato suo collaboratore nella nostra parrocchia a Massagno.
La mattina e` trascorsa velocemente, abbiamo salutato un gruppo di spagnoli in partenza e ci stiamo affiatando con degli argentini molto simpatici. Anche tra gli ospiti di Prem Dan quando si parla di Argentina si nomina Maradona, mentre quando si parla di tennis tutti sanno di Roger Federer: incredibile certi miti mondiali sono noti anche qui negli slum di Calcutta.
Al rientro in albergo siamo stati bloccati da una manifestazione religiosa di musulmani che hanno bloccano un'arteria principale come la Bose Street proprio a lato della Casa di Madre Teresa. Devo ammettere che un certo risentimento verso questo genere di manifestazione di massa (ca.300 persone) in pieno giorno sulla strada, mi mette ansia. Sara` forse perche` sembra un adunata di militari, tutti maschi giovani o di media eta`che si muovono su ordine di megafoni posti in cima ai palazzi, niente a che vedere con le mostre processioni con bambini donne e uomini di tutte le eta`. In un paese cosi` squilibrato, speriamo che rimangono solo come manifestazioni di carattere religioso, altrimenti ho paura che questo genere di adunate sono una bomba ad orologeria per una violenza incontrollabile. Non c'e` quartiere, attorno all`albergo, dove non ci sia una moschea o megafoni che riversano sulla popolazione le preghiere dei musulmani ad ogni ora del giorno, mentre piu` tranquilli sono i riti indu`nelle diversi tempietti lunghe le strade, dove i devoti si limitano all'offerta di collane di fiori.
Stasera cena di lusso di fine campo ufficiale alla taverna spagnola, domani infatti parte il "distaccamento" per Puri.

Nelle strade di Calcutta

Muoversi nelle strade di Calcutta e' veramente un'avventura. Piu' divertente che un viaggio in ottovolante, piu' emozionante che un giro con gli autoscontri. Solo che qui sono macchine vere. Visto che dobbiamo far capo ai mezzi pubblici (comunque mai e poi mano uno di noi oserebbe guidare in questo traffico) li abbiamo provati quasi tutti. Queste esperienze ci hanno permesso di definire la gerarchia dei mezzi di trasporto a Calcutta.

In testa a tutti sta il metro'. Pare sia veramente bello, moderno, efficiente. Pare pero' che sia anche molto caro e quindi lo usino in pochi. Non e' sull'itinerario dei nostri spostamenti abituali.

Sotto al metro' sta il tram. Funziona ancora ad elettricita', con il pantografo, come i bei vecchi tram di una volta. Sferraglia nel centro della citta', per esempio sotto casa nostra, e non ho usato a caso il verbo, perche' a volte il rumore di ferraglia e' infernale. Ce ne sono di moderni, con le vetrate panoramiche come il trenino dei ghiacciai, ma anche di antiquati, risalenti certamente al tempo della dominazione inglese e magari anche prima...

Nello scalino inferiore sta il bus. Quasi tutti sono di marca Tata, la fabbrica indiana di automobili. Tutti invece sono scassatissimi. La persona chiave di questo mezzo e' il bigliettario. Aiuta il guidatore nelle manovre per districarsi nel traffico. Picchia violentemente sul retro del bus per segnalare se fermarsi, se piegare a destra o a sinistra, se ripartire. Ha un'abilita' circense nel saltare sul mezzo in corsa. Si infila le banconote tra le dita per velocizzare i pagamenti. Non ci e' ancora chiaro come riesca ad incassare quando e' il momento di massimo traffico, e i passaggeri penzolano fuori dalla porta. Un viaggio in bus e' decisamente buon mercato. Si puo' attraversare la citta' per 6 rupie (circa 12 centesimi di franco...).

Eccoci ora al taxi. Tutti i taxi sono gialli e costituiscono circa il 60% delle automobili in circolazione a Calcutta. Possono ospitare sino a 5 passeggeri ed e' imperativo, prima di salire, contrattare il prezzo del viaggio. Il problema e' che non tutti i taxisti conoscono la citta' cosi' bene da soddisfare le richieste dei passeggeri e non si e' mai sicuri di arrivare al punto giusto... Divertenti sono gli altarini con le divinita' indu' che ogni tassista ha sistemato sul suo mezzo. Quella che abbiamo visto piu' frequentemente rappresenta un elefante. I tassisti di Calcutta provano un piacere perverso nel suonare il clacson in qualsiasi momento del giorno e della notte e in ogni situazione di traffico.

Piu' in basso del taxi c'e' il moto-riscio'. Una specie di furgoncino Ape, dove invece del ponte c'e' una cabina nella quale siedono i passaggeri. I piu' temerari possono sedersi anche accanto al guidatore. E' uno spettacolo unico. Il moto-riscio' si infila in tutti i buchi che trova e non ha paura di nessuno, i suoi passeggeri si sentono veramente al centro del traffico. Viaggia a pochi millimetri da bus e camion e permette di respire gas di scarico a pieni polmoni.

Scendendo ancora nella graduatoria troviamo la bici-riscio'. Un comodo sedile dove ci possono stare sino a due persone tirato da una bicicletta. bello per tratti corti, nelle vie piu'strette della citta'. Qui e' ancor piu' difficile spiegare al guidatore la propria meta, anche perche' quasi nessuno conosce l'inglese. L'avventura e' allora ancora piu' interessante. Hanno degli specchietti retrovisori che, per come sono messi servono solo da decorazione. Si fanno riconoscere con una trombetta: quando la pompetta e' rotta, viene rimpiazzata con una bottiglietta di plastica.

Gli ultimi tra gli ultimi, gli sfigati, sono sempre loro, gli uomini-cavallo o riscio' men, come amano definirsi. Vanno lungo le strade a piedi nudi e si fanno riconoscere con il suono di un campanello. Pare che questo mezzo di trasporto, quasi disumano, sia in uso solo a Calcutta, le altre citta' indiane l'hanno eliminato. E' comunque pur sempre un modo per sfamare alcune migliaia di persone e allora nessuno usa abolirlo.

Si dice che i conducenti di Calcutta siano i migliori di tutta l'India. Li abbiamo visti fare delle cose impressionanti e non facciamo fatica a crederci. A loro favore sta comunque il fatto che finora non abbiamo visto il benche' minimo incidente. La regola principale, degli automobilisti e' quella di mantenere sempre la stessa direzione, senza fare scarti improvvisi. Qualcuno, prima o poi lasia la precedenza. I pedoni che vogliono attraversare, invece, devono fidarsi ciecamente degli automobilisti: non accellerare o rallentare e mantenere il sangue freddo. Prima o poi ti schivano.

Un'ultima annotazione. Le religioni principali dell'India (induismo e islam), proibiscono l'alcol. Forse e' anche per questo che in citta' ci sono cosi' pochi incidenti?

Le radici delle suore

Le suore di Madre Teresa sono radicali, estreme.

Hanno scelto di condividere tutto con i piu' poveri, anche la loro sicurezza materiale. Non posseggono niente, solo tre sari (e uno, quello della festa, lo usano raramente). Vivono grazie al loro lavoro e la loro opera puo' funzionare grazie alle donazioni. La congregazione non vuole ricevere i contributi regolari, Madre Teresa aveva rifiutato anche quelli che gli erano stati offerti da Roma.
"Se vogliamo caire i piu' poveri, dobbiamo sperimentare noi stessi la poverta'", ci ha spiegato suor Adriana. "La nostra scelta di vita e' per una poverta' radicale. Qualcuno voleva regalarci una lavatrice, ma Madre Teresa ha rifiutato. Cosi' tutti i giorni dobbiamo lavarci i vestiti."
E' una vita di sacrifici fatta in nome di una gioia piu' grande: quella di poter abbracciare Gesu' nei suoi poveri. "La fondazione nella fede ti permette di fare i sacrifici di poverta', castita' e obbedienza. Quando capisci il significato, lo fai con gioia, ne vale la pena. Sacrifichi qualcosa di bello per qualcosa di migliore." Ci ha detto sempre suor Adriana.

Credo di aver capito il senso del loro estremismo: la radicalita' delle Missionarie della carita' sta nel fatto di affondare le radici nel Signore.

Un popolo dignitoso

E' vero che non possiamo comunicare perche' non conosciamo la lingua, ma ho la chiara impressione che l'indiano non si lamenti mai.
Ieri abbiamo visto le medicazioni dei lebbrosi, dovevano esere molto dolorose, si vedevano carne viva ed ossa, eppure non un lamento usciva da quelle bocche. Quando abbiamo lavato i bambini di Nabu Jibon, in una giornata freddina, nessuno che si tirasse indietro. Tremavano dal freddo, ma si sono tutti messi sotto l'acqua. Ti sorprende anche l'atteggiamento della gente per le strade, come piedoni o autisti. Nella confusione piu' totale nessuno impreca, se la prende con l'altro, si ferma a discutere su chi ha ragione.
E' una forma di rassegnazione? E' una questione di abitudini? Di regole di comportamento non scritte? Di civilta'? Non lo so. Io leggo in questo atteggiamento piuttosto la dignita' espressa da questa gente.
Vedo invece tanti sorrisi, saluti, strette di mano. Commoventi quelle ricevuti ieri, passando tra i letti del lebbrosario. I bambini poi sono sempre sorridenti e gioiosi. Non li vedi fare i capricci. Spesso i piu' grandicelli si occupano dei fratellini con grande tenerezza e senso di responsabilita'. Grandi e piccoli hanno per noi dei bellissimi sorrisi che ti indicano il piacere di un incontro. Che differenza coni visi immusoniti che incontri lungo le nostre strade o con le facce stanche dei nostri ragazzi che vanno a scuola.
Nonostante la grande miseria che c'e' qui, mi sento molto tranquillo a girare per le strade della citta'. Addirittura ho lasciato in giro per ben tre volte il mio sacco a spalla e l'ho sempre ritrovato!

Si', questa gente ci mostra sempre una grandissima dignita'.

giovedì 6 gennaio 2011

Un altra giornata a Calcutta...

Calcutta, 5 gennaio 2010

La scorsa notte mi e` sembrata meno rumorosa del solito e sono riuscito a dormire bene, cosi` alle 5.40 decido di non ignorare la sveglia. Esco dall`hotel e camminando verso la casa madre vedo delle scene che ormai mi sono famigliari: mucchi di rifiuti in fumo, gente ancora avvolta nelle coperte per strada, altri gia` al lavoro stanno trasportando merce ai mercati. Il traffico e` ancora poco intenso, ma la cappa di smog sembra nebbia.
Alla messa in casa madre ci sono particolarmente tanti volontari.
Dopo colazione mi incammino per Prem Dan. La stessa strada che giorni fa avevo percorso da solo con la paura di perdermi, ora e` quasi familiare e mi trovo a mio agio tra la gente. C`e` chi porta i bambini in uniforme a scuola, chi cerca qualcosa a uno dei numerosissimi mercati di strada, chi sempliemente abita in strada...
A Prem Dan dapprima salgo sul tetto a strizzare i vestiti dei pazienti mentre ne approfitto per scambiare qualche parola con i volontari appena arrivati da Argentina e Australia. Finito questo lavoro scendo e comincio a lavare con gli altri il pavimento del cortile interno, ma visto che siamo in tanti lascio fare ai nuovi arrivati piu` desiderosi di avere qualcosa da fare...
Non riesco ad attraversare il cortile che qualcuno mi chiede acqua, un`altro paziente ha bisogno di andare al bagno, un`altro ancora chiede che lo sposti al sole.
Finalmente riesco a sedermi accanto al mio paziente preferito, un piccolo uomo grassoccio, quasi paralitico che e` li` da ben 10 anni. Trema per il freddo, io lo sfrego vigorosamente, lui ride per il solletico. Sa un po` l`inglese e mi spiega come si dice ''freddo'' in bengali, provo a dirlo io, ride di nuovo.
Alla pausa dei volontari assieme al te ci sono delle patate bollite, ne mangio una e mi viene in mente la raclette. Il cibo indiano comincia a stufarmi..
Per pranzo i pazienti ricevono assieme all`immancabile riso, del pesce. Temo che qualcuno si strozzi con le spine affilatissime. Comincio a togliere le spine dal pesce nel piatto di un paziente messo maluccio.
Alla fine del pasto ci sono lische di pesce e resti di cibo ovunque, fortunatamente ci pensano i corvi a fare le pulizie poi basta un colpo di scopino...
Alle 14.00 accompagno Sandro in posta per spedire un bel malloppo di lettere e cartoline. E` un specie di show. Nel locale sta funzionando un generatore e tra rumore e puzza non si riesce quasi a comunicare con l`impiegato oltre il bancone. E` semi handicappato e conta i francobolli 3 volte, poi non sicuro del risultato li fa contare anche ad un cliente in coda...
Rientrati all`hotel mi unisco ad un drappello per andare a vedere il tempio della Dea-Kali. Attraversiamo tutta la citta` nel momento di massimo traffico. Il tempio non e` niente di speciale, ma il viaggio ci rende l`idea della vastita` di Calcutta. L`inquinamento in strada e` altissimo, mi brucia la gola. Come puo` un`uomo vivere in una citta` del genere tutta la vita?!
Dopo cena esco ancora un attimo con Gepa a dare qualche pezzo di Nan, frutta, farmer e caramelle alle famiglie che dormono in strada di fronte all`hotel... Anche oggi sento di aver vissuto una giornata piena, di essere riuscito a dare qualcosa, di aver ricevuto tantissimo.

Le donnine di Premdan

Il primo giorno che sono arrivata a Premdan l'ho trovato un luogo brutto, pieno di sofferenza e di donne malate che urlavano, curate si dalle suore ma maltrattate dalle masi, le donne indiane che lavorano nella casa (es: le donne che non riescono ad andare in bagno da sole vengono fatte sedere su una sedia bucata con sotto una bacinella e legate strette con un nastro allo schienale della sedia vengono lasciate li forse anche ore...oppure: l'altra giorno una vecchietta si e' fatta la pipi addosso e la masi l'ha presa per il braccio e l'ha letteralmente trascinata per tutta la sala mentre la vecchietta, senza neanche le mutande, lanciava urla acute).
Ora invece mi rendo conto di quanto Premdan sia un'oasi di pace rispetto alla vita esterna: ogni singolo lenzuolo e vestito viene lavato ogni giorno, ogni mattina le donne sono lavate, ricevono pasti abbondanti e variati, vengono medicate. Quelle che non sono piu autosufficienti o che non hanno nessuno che possa/voglia prendersi cura di loro hanno la possibilita' di restare li per sempre.
Ora che sono un po' di giorni che andiamo li stiamo anche imparando a riconoscerle e a conoscere le loro abitudini:
ci sono le due donne trasfigurate dall'acido ma lucide di testa con richieste precise, ma spesso un po evitate dalle volontarie per colpa del loro aspetto spaventoso;
c'e' Fatima, la prima con cui ho avuto un contatto e che trovo gia' migliorata rispetto alla settimana scorsa, che fa  solo versi ma ama farsi accarezzare la testa e coccolare;
c'e' la donna con le mani di mia madre e la sua amica  che sono delle grandi chiacchierone, noncuranti del fatto che non posso capirle;
c'e' la donna con un tumore che le ha fatto diventare la pelle dello sterno durissima, come un carapace, e che secondo un'infermiera morira soffocata per questo;
c'e' una donna tutta storta e sdentata ma simpaticissima che ripete le nostre parole in italiano e la cui risata s'assomiglia un po' a quella di Pippo.
L'altra sera chiacchierando con altre volontarie ticinesi ci meravigliavamo di quanto riusciamo a comunicare con loro nonostante il problema della lingua: una volontaria ha capito esattamente come un'ospite vuole che siano posizionati cuscino e coperte quando va a dormire, la Simo l'altro giorno ha capito che la donna che stava imboccando (cieca) voleva mangiare solo le patate e non il riso.
Io sono fierissima delle quattro parole che so dire in hindi che spesso mi permettono di capire cosa vogliono le donnine: ieri addirittura una volontaria argentina mi ha chiesto di interpretare i blatermanti bengali di una donnina convinta che la capissi! Magari potessi capirle, conoscere le loro storie...una volontaria mi ha detto che lei ha fatto grandi discorsi con una donna, lei parlando in italiano e l'altra in bengali, ma io non riesco: quel tipo di contatto mi manca. Riesco solo a incremare la loro pelle fragile e screpolata, fare loro lo smalto nei colori piu assurdi, distinguere se vogliono andare in bagno o lavarsi le mani, se vogliono altro cibo o un bicchiere d'acqua. Anche se forse per loro, dopo una vita di emarginazione e indifferenza, e' gia' molto.

Visita al Lebbrosario di Titaghar

Giovedi' e' il giorno di riposo per i volontari, ma questa mattina ci siamo alzati presto lo stesso perche' ci eravamo iscritti alla gita che le suore organizzano due volte al mese al lebbrosario di Titaghar. Il pullman utilizzato non era certo come i nostri (spifferi da tutte le parte, qualche finestrino annerito, sedili un po' troppo molleggianti, ...), tutto sommato pero' poteva andarci peggio. Dopo l'appello, la suora responsabile ci ha abbandonato nelle mani dell'autista e siamo partiti. Per un lungo tratto il paesaggio fuori e' rimasto immutato, poi piano piano si e' cominciato a vedere una sorta di periferia.
Resto sempre molto colpita al vedere la differenza di abiti delle persone del luogo. Le donne indossano sari eleganti, sari sporchi e piu' semplici, oppure vestiti occidentali molto eleganti (jeans con decorazioni e camiciette intonate). Gli uomini indossano longhi (telo che si avvolgono intorno alla vita, lungo fino alle ginocchia o ai piedi) sporchi con magliettacce strappate, oppure (pochi) vestiti tradizionali un po' piu' in ordine, vestiti occidentali un po' sformati, oppure veri e propri vestiti occidentali eleganti (jeans o pantaloni scuri, camicie su misura). Mi hanno detto che qui la gente ragiona in 'caste', quindi nessun povero se la prende con i piu' ricchi perche' sa che quello e' il suo destino, ma io penso che chi ha abbandonano gli abiti tradizionali non puo' pensare secondo la tradizione. E allora costoro non si accorgono dell'immenso divario che c'e' fra loro e i loro vicini?

Arrivati al Lebbrosario (la manovra del pullman per posteggiare e' stata davvero avventurosa: siccome un camioncino che arrivava in senso inverso non voleva cedere il passo, abbiamo rischiato di restare incastrati facendo una curva e solo grazie all'aiuto di alcuni in strada e alla mostruosa abilita' degli autisti calcuttiani sono riusciti ad uscirne) dopo circa 45 minuti di viaggio, siamo stati accolti dal responsabile che ci ha subito accompagnati in una saletta di scuola. Alle pareti erano appesi dei cartelloni esplicativi sulla lebbra: diffusione nel mondo, evoluzione, metodo di contagio, diagnosi, evoluzione della malattia, ecc. Ci siamo diligentemente seduti e lui ci ha spiegato qualcosa sul lebbrosario. E' stato fondato da Madre Teresa, ma al contrario delle altra case non e' gestito dalle suore (infatti non ce n'e' nemmeno una) perche' i lebbrosi presenti sono autosufficienti, coltivano numerosi ortaggi e soprattutto filano e preparano i sari delle suore e le stoffe necessarie nelle case (lenzuola, coperte). A questo punto ci ha portati in un'altra ala del complesso dove con meraviglia abbiamo visto tantissimi telai allineati che con un rumore assordante producevano velocemente nuove stoffe e nuovi sari. Di fronte ad ogni telaio una donna per terra filava il cotone. Alla fine dello stanzone (lungo lungo e stretto) abbiamo scoperto come si costruisce la base del telaio (bisogna infilare della macchina un filo per volta!) e come vengono preparati i metri e metri di cotone che poi verranno attaccati al telaio come trama. Davvero davvero bello ed edificante!
Usciti dall'altra parte siamo saliti in un'altra auletta di scuola dove studiano i bimbi dei lebbrosi. Una ventina di loro era stata radunata per cantarci qualche canzoncina. I piu' grandi avranno avuto 6-7 anni, mentre i piu' piccoli ( e piu' numerosi) 2-3. In base alle proprie capacita' canore, mimiche e di memoria, tutti hanno partecipato allo spettacolino, cantando anche una canzoncina in italiano (ciao ciao amico) e una in giapponese. Molto carini!
Dopo aver ringraziato i bimbi abbiamo attraversato la ferrovia e siamo entrati nel laboratorio dove costruiscono le protesi. Naturalmente di trattava di una sala molto semplice, ma dalle foto appese sembrano davvero ben fatte!
E ora siamo andati a salutare alcuni pazienti (in tutto circa 450), anche qui rigorosamente divisi in cameroni per sole donne o soli uomini. Ci ha colpito moltissimo la pulizia delle stanze e delle persone, nell'aria c'era addirittura un buon profumo, niente a che vedere con l'aria di Prem Dan. Erano tutti molto contenti che facessimo loro visita e ci salutavano con grandi sorrisi, magari congiungendo mani senza dita perche' rose dalla malattia.
Siamo entrati anche nella sala di medicazione che da una nostra amica ticinese infermiera di professione e' stata definita "molto curata, fatta proprio bene, professionale". I malati in attesa lasciavano a bagno le ferite in un secchio di acqua e sapone per poter pulire la ferita, poi al loro turno un responsabile faceva uscire tutto il sangue e grattava bene i bordi della ferita, infine medicava e fasciava con cura. Anche qui non c'erano odori molesti e nessuno si lamentava, l'atmosfera era tranquilla.
Una volta salutate le donne (che hanno una loro sala di medicazione) siamo usciti e abbiamo scoperto un paesaggio meraviglioso, con tanti campi coltivati ordinatamente! Sembrava un paradiso, confronto al caos di Calcutta. Mi fanno notare il cinguettio degli uccelli. Eh gia', qui si sentivano anche gli uccelli! Ed eccoci nella casa dove tengono gli animali: pecore, capre, maiali. Ed ancora una volta netto contrasto con Calcutta: la tranquillita' di queste bestie pacifiche, e il loro odore di terra, di fattoria, di 'pulito'! Non sono mai stata tanto contenta di sentire il profumo dei maiali!!! (ho cercato di farmi lasciare li', ma purtroppo non ci sono riuscita!)
E si prosegue in giu', il terreno e' un pezzo di terra lungo e stretto che un tempo apparteneva ad un tempio buddista. Quando e' stato donato a Madre Teresa per il suo lebbrosario, lei ha fatto recintare la parte piu' importante (una grossa pietra simile ad una tomba) in modo che potesse essere ancora visitata dall'esterno. Questo spiega perche' ci sono due grandi vasche molto profonde: erano per effettuare dei riti. Una e' stata trasformata in orto, mentre l'altra e' piena d'acqua e serve sia per irrigare le coltivazioni sia per allevare pesci.

Finito il giro turistico siamo ritornati nella sala del principio dove ci e' stato offerto un ottimo te' zuccherato (finalmente senza latte) e dei biscotti che abbiamo gustato sulla terrazza lasciandoci coccolare dal sole. Ancora due parole tutti insieme: i bimbi che studiano qui vengono poi mandati fuori a frequentare scuole e collegi, poi si trovano un lavoro e non rimettono piu' piede del lebbrosario. La lebbra non e' piu' una malattia mortale, esiste un medicamento che guarisce le forme piu' leggere in 6 mesi e quelle peggiori in 2 anni. Il ritorno in societa' per chi guarisce dalla lebbra e' tuttavia non sempre evidente: se non ha nessun tipo di mutilazione viene accettato (anche se raramente nel proprio villaggio di origine), mentre se e' deformato non trova nessun tipo di accoglienza.
Le informazioni erano tante, spero di non aver tralasciato nulla.

Visto l'orario, il rientro e' stato molto piu' lungo dell'andata perche' le strade erano affollate. Siamo arrivati in Casa Madre verso mezzogiorno. Il tempo di sistemarci e poi alcuni di noi - coraggiosi - sono andati a visitare il museo indiano... con enorme delusione! Era tutto vecchio e trasandato, pieno di polvere e senza un minimo di cura. Peccato, l'idea non era male!
La Messa conclusiva celebrata per noi dal DomPa vicino alla Tomba di Madre Teresa e' stata molto raccolta, anche se purtroppo abbiamo dovuto far spostare un gran gruppo di ragazzi indiani accompagnati da un docente che inginocchiati tutt'intorno alla tomba pregava con fervore.

Bene, ora devo lasciarvi perche' mi attende il punto fisso del nostro gruppo (per tirare le fila di questo campo di lavoro) e poi cena in un ristorante asettico nel quale settimana scorsa avevamo mangiato la pizza!!! :-)